Booky #5: BIANCO

Il bianco è il colore di ogni silenzio. Il bianco è il pulsante still della mente, non c’è nulla che svuoti di più i pensieri, pur riempiendo così tanto gli occhi. Il bianco è il colore impegnativo, è cerimoniale, non è mai inconsapevole, il bianco. Bianche sono quelle cose piacevoli, ma difficili, le nuvole buone, che danno poesia e che levano il sole, la neve, che rende perfetta qualunque superficie e che non va rovinata, bianco è il freddo, dolce. La pagina bianca. Il nuovo inizio, l’acquolina della fantasia e la paura del blocco. Il bianco è il colore del coraggio saggio, della speranza, le scarpe nuove, chissà quali passi...
Il bianco non è mai andato di moda, bisogna darsi all’avorio, al crema, ma il bianco mai perché è sparato. Il bianco scomodo. Il bianco è utile, grembiuli, camici, tutti bianchi. Bianca è ormai quasi tutta la migliore tecnologia, ci innamoriamo come Wall-e del bianco lattiginoso di un Iphone o di un Ds, così bianchi, cioè puliti. Il bianco è infatti una seduzione, ma la seduzione senza il sudore: il colore del candore, della verginità, dell’onestà, della purezza. Bianco è il futuro, il colore dell’illeggibile, dell’insondabile, il colore della nebbia. E bianco è il colore dei dettagli della bellezza, il colore dei denti, la cornice delle iridi, la curva degli artigli.
Il bianco è l’unico colore veramente gigantesco. Indipendentemente da quando spazio occupa, ci si può perdere anche in una sola minuscola goccia del colore della concentrazione, dell’astrazione, dello spazio infinito vuoto. Bianco colore dell’assenza, colore di ciò che c’è e non si vede, il bianco delle morti che non hanno omicida, il bianco delle armi che non fanno alcun rumore. Il bianco è il colore della materia senza la giostra dei punti di vista umani. La tela bianca dei pittori. Il bianco è il colore che tutti rispettano, che nessuno si azzarda a toccare se non dopo una lunga riflessione; un muro perfettamente bianco è il muro che meno teme gli sfregi, e che peccato camminare sulla neve, o dover tagliare quella torta. Il bianco è il colore delle cose intere, destinate però ad essere spezzate. Il pane bianco, il gesso bianco, il mattino è bianco, il cristallino risveglio dei sensi, ancora puri e senza accento. Bianco è il Caso, la sorpresa bella, il Natale, e la sorpresa brutta, lo scherzo della sorte, bianca è la delusione che non ti aspetti, la cattiveria che non volevi mai, passare dal rosso del cuore al nero di una lista.
Bianco difficilmente sarà un sostantivo, rappresenta un aggettivo, è il colore del solubile, dello scioglievole. Ma bianca è anche una decisione affermativa, o così o nero, la scelta definitiva, invisibile ma irrevocabile, sale o zucchero. Il bianco è duale: l’origine, l’innocenza, eppure la senilità e la saggezza, i primi capelli bianchi di mammà, che ha molte cose bianche: la filosofia, la cruditè, il senso pratico, la cultura.
Bianco è il colore della sua libreria, ed io crescevo di quel bianco, ogni volta lo stesso (un libro), ogni volta diverso, e delle poltrone che ha comprato da poco, un bianco, quello di mammà, del salotto di famiglia, un bianco che mi ha sempre dato l’idea del colore di quando decidi di fermarti, ad un certo punto, e non sai perché ma devi staccare, staccare e partire, perché ormai c’è del bianco nel tuo cuore e devi solo lasciare che gli altri colori si arrendano, finché il battito non ti agiterà più. Ma il bianco è esso stesso un rumore, il colore che nessuno sente, ma che c’è: il bianco è l’acca dell’arcobaleno, indurisce o ammorbidisce tutti i suoni, ma nessuno la pronuncia, e qualcuno a volte la nasconde imbarazzata. Il bianco illumina gli altri colori, ma non cerca luce, perché il bianco è già luce, e nulla sono al suo confronto tutti gli altri chakra coloratissimi. Il bianco è il colore di chi attende, ma in tensione, il bianco non è il colore del riposo, del sonno, ma della corda tesa, del violino appeso, diceva un poeta, della slavina che ancora si confonde nel ghiaccio, il bianco è un silenzio vero, ma sa essere pericoloso, sa tingere di ferocia orsi e tigri, il bianco sarà pure il gregge, ma se vuole sa rendere speciale anche le mosche.
Il bianco è il colore di chi si è fermato, eccomi, l’attesa è bianca, perché forse con la vita ho esagerato un po’, ma il bianco non è immobile, come quella vecchia canzone, salvo dentro il fuoco che mi sta bruciando, non riposo affatto, come il colore che di freddo custodisce il caldo dei germogli.

Booky#5 BIANCO

Booky a Natale consiglia: libri, libri. Se volete regalare pensiero più che pacchi. Non siano la portata principale, ma il suo biglietto, l’accento che corona il pensiero principale. Il sopracciglio alzato, la smorfia quella che precede il bacio, ogni buon libro è un libro di magia, cercate di approfittarne. E un n.b., prima di facili entusiasmi: purtroppo non lo potrete fare tutti. Sì, regalare un libro non è una scelta che possono proprio tutti tutti. Ci vuole intuito, concentrazione, tempo.
Regalare il libro giusto è una magia dello spirito, necessita di empatia, cultura, e soprattutto, essendo magia, di un talento. Astenersi quindi chi è ancora nei negozi a cercare la cosa giusta. Coloro che da sempre regalano utilità (telefoni, abiti) o inutilità (preziosi, balocchi vari), difficilmente sapranno decidere quale libro. Insomma, non siamo tutti speciali. Booky però è un luogo snob, e nei luoghi snob si trova sempre qualcuno che si da, e si possono quindi spifferare anche due o tre consigli.
Restiamo sul genere lo-trovate-facile, stile basso-profilo, è-giusto-una-cosetta, e chi legge Booky sa perfettamente quanto siano pruriginose quelle cose che possono anche essere definite cosette. E non necessariamente saranno libri di parole, perché un libro, anche solo sfogliato, può comunque regalare ciò per cui i libri sono diventati famosi: storie, passioni, e, soprattutto, possibilità.

Per la coppia di amici, quelli che dicono “quel ristorante ci è piaciuto”: Delitti di Natale e Altri delitti di Natale, autori vari, Polillo. Due raccolte di racconti gialli brevi e coinvolgenti. Magistralmente vestiti dall’eleganza della collana Bassotti, un rosso vermiglio della copertina che invoglia alle coccole e l’avorio caldo delle pagine, un formato irresistibilmente chic. Carr, Dickinson, Christie, tutti riuniti in questi due volumetti, da regalare insieme (la lettura prima, lo scambio del libro poi costituiranno un siparietto perfetto per le effusioni) o singolarmente (perché galeotto è sempre il libro). Perfetti comunque davanti al caminetto, maglione e cioccolata, un po’ di brividi, la caccia degli indizi, e la sveltina (lenta, occhi-negli-occhi) sul tappeto è assicurata. Vi ringrazieranno.

Per l’amico single preso bene: regalo doppio: Perché gli uomini possono fare una sola cosa per volta e le donne ne fanno troppe tutte insieme? e Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non vogliono mai chiedere? Due audiolibri di Allan e Barbara Pease, edizioni Good Mood, che se attinge da Vibrisse vuol dire che lavora bene. Mettete queste due bombe della psicologia di coppia nello stereo del vostro amico, l’effetto sarà dirompente: riderà (perché si ride), penserà (perché tende alla riflessione), ma non dovrà obbedire a nessuno dei pallosi buoni consigli. Praticamente un dolce (doppio) senza possibilità di ingrassare. Ringrazierà la sorte che ancora non lo ha dimezzato in una coppia e vi ringrazierà per la lungimiranza: uomo avvisato…

Per la/il partner: una monografia. Perché la monogamia dev’essere inconscia. Meglio andare sul contemporaneo, per non dare aria di relazione trita. L’arte moderna ha rango d’arte comunque? Oppure la technè è ancora un tratto necessario per la definizione d’arte? Discutetene mentre vi godete la continental del Danieli.
Molto in voga, di questi tempi: Lucio Fontana (a Genova). Erotico o astratto, accende il pepe che sosta sulla punta della lingua, sulla cima dei polpastrelli, stimola ogni orlo della pelle, il suo taglio non è ferita, ma serratura, e di questi piccoli sguardi si nutrirà una certa eccitazione che, metafisica o triviale, sortirà comunque brividi.
Warhol, protagonista di migliaia di mostre sempre tutto l’anno, ma stavolta, stavolta (a Milano) in un’esposizione che è fortunatamente rimasta un dessert segreto. Niente pop, settanta, pistole o larghi formati, ma silenzio, ritratti leggeri della ballerina Martha Graham, un Warhol diverso dall’America, un romantico, un tratto tra Matisse e un certo decò, la geniale trovata di ritrarre senza disegnare mai il soggetto del ritratto. Un catalogo sottile e agevole, strano davvero per l’Andy più grande, a dimostrazione, se dovesse servire, che a volte chi grida tanto è solo perché è un po’ gracile dentro. Per riscoprirsi.
Julien Beneyton (a Paris) ma solo se siete abbastanza colti da apprezzare Basquiat, i graffiti, se la vostra cultura insomma non conosce alcun snobismo, se viene o va dalla strada, perché di strada puzzano quei ritratti, la musique du bloc che diventa pittura. Modernità e giovinezza, ecco Julien, già famoso e di gran moda perché il pop ormai è terminale e non fa che arrotondare le altre culture, e il rap non fa eccezione.

Per l’amica/o: Una monografia. Perché la scappatella è una cosa da una volta e basta, anche quando dura da un po’. Meglio andare sulla fotografia, che è realtà e non illude. Uno su tutti: Roy Stuart. L’arte può essere così esplicita, così volgare? Oppure la domanda da porsi è un’altra, e cioè: la pornografia può essere così elegante, così artistica? Discutetene insieme al Motel K, mentre dividete la sigaretta (la prima…). Uno qualunque, ma al momento dell’acquisto mettersi in incognito o farselo acquistare da terzi, per evitare certe facce in coda.

Per la mamma: La folie Baudlaire di Roberto Calasso, (Dio benedica) Adelphi. Magari la progenie distratta non se n’è ancora accorta. La nuova mamma non vuole più sembrare giovane, perché l’età adulta al femminile tira come non mai e il meglio è che il nuovo mood è carico, e la leggerezza la si lascia a chi sfoglia ancora chick-lit sul ponte Milvio. Si perché i quarantenni Mocciosi vanno con le ragazzine solo perché le quarantenni li mettono sotto. Come diceva una commercialista illuminata: Uva per le volpi, baby. Quindi basta ritorno alla giovinezza, gli anni settanta sono ora, e anche i sessanta ormai, il vintage è la nuova legge, e attraverso quello i giovani stanno riscoprendo il rispetto verso l’esempio originale. Rughe e fascino? Yes we can, stop con la donna che non si arrende, sempre occupatissima, il nuovo dictat è: impegnata, vero, ma soprattutto impegno tantissimo. Nuovo must nelle Never Full di ogni ultra quarantenne è così il libro spesso, il libro che impegna, appunto, che è difficile, è lirico, è vero, è onirico, è scomodo, è un libro che parla di un luogo dove sgorgava la letteratura quella sporca e cristallina, la perfezione della maledizione, il Dante dell’ottocento che si voglia o non si voglia, un poeta che le donne mature si possono riprendere, dopo che le figlie lo avevano vestito da vampirello e fatto girare come un giocatolo da seratina gotica. Calasso, dopo Il rosa Tiepolo, lo si compra a scatola chiusa e chi non lo conosce non si lamenti poi delle corna. Un’edizione adatta alle mamme quelle che ancora sono femmine, donne, siano eleganti agé che porcheggianti Milf, siano ancora sposate felicemente o abbiano nel letto la stessa fortuna di Demi.

Per l’amico single preso male: Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, Einaudi. Un libro che non si deve capire, si deve leggere, lasciar scorrere davanti agli occhi, come il tempo, come la luce cattiva della stella sbagliata. Murakami scrive di queste frasi lunghe e sospirate, il libro è un lungo e riposante fiatone a primavera. Un bambino piuttosto storto, il gigante della ponderazione sterile (o no?) che contagia il suo nomignolo e le sue ambizioni di maturità. Un libro di viaggio, ma quello che si fa fissando una madreperla, un’agata muschiata, i viaggi immobili dell’anima. Un libro davvero bianco, per lenire ed aspettare, senza noia, senza finale, una trama leggera e diluita tanto da farsi bere come pura acqua, e purifica, Murakami. Il deluso vi troverà stillness, e il coraggio del microcosmo umano in una declinazione senza alcuna fretta, alcuna ambizione. Da leggerlo per strade affollate, genera sovrappensiero e fortunati incontri fortuiti. Non si salva nessuno, ma aiuta a ritrovare il filo.

Per il babbo: La noia è donna, e il matrimonio è il suo profeta. Allora ecco la cura: Catalogo degli oggetti introvabili, di Carelman. Un divertente siparietto che più di mezzo secolo fa ha incredibilmente anticipato tante delle trovate definite geniali dei designer d’oggi. Un catalogo di oggetti, con disegni intuitivi e note sintetiche per presentare meraviglie impossibili: la bicicletta , la caffettiera del masochista (Normann ringrazia),
Sia per papà casual che per padri autoritari, un libro che perfetto sarebbe nella sua edizione originale, in francese, e che comunque farà certo passare al capofamiglia numerosi momenti di divertssment giocoso, ma riflessivo, un libro curioso che scatenerà certo accese discussioni tra gli uomini-di-casa, dall’ufficio al bar.

Per l’amica modaiola: I passi del successo, by Franco Angeli. Secondo pezzo del progetto di Massimo Donda, un avvincente via vai nell’industria artigianale italiana più famosa al mondo: le scarpe. Aneddoti, numeri, un saggio concreto che punzecchierà di spessore la fashion victim irriducibile. Con quel neo gossip paro delle storie degli stylist che lo ha fatto uscire dalle università di moda e entrare negli aperitivi di tutte quelle che battono i marciapiedi solo al suono di Miuccia, Salvatore, Sergio o divinità affini.

Per l’amica single presa male: La solitudine dei numeri primi, Mondadori, e questo non è un consiglio, peraltro il sottoscritto non ha letto questo Strega, ma un’unanimità che sempre lo stesso sottoscritto ha suo malgrado verificato su un campione di quattro donne stupende eppure infelicemente single. Cosa leggi? Giordano, Giordano, Giordano, Giordano.

Per l’amico/a intellettuale: Quaderno di scarabocchi per chi si annoia in ufficio, Fay Claire, Rizzoli. Una pubblicazione crudele e divertentissima. Basta aggiungere una penna e la cinicissima magia è fatta: ogni pagina un (lieve) giochetto o un (brutto) scherzetto per colleghi e capi assortiti. Sarà la pausa più indovinata per quegli amici geneticamente cerebrali (leggi polverosi) che si lamentano sempre dei nefasti effetti dell’inguaribile spleen che amaro germoglia nell’animo dall’insulso humus della vita da scrivania.

Per l’amica single presa bene: Best of erotica 2008, Mondadori, classico come un abbonamento a Vogue: nuove storie, nuove strade, nuove idee raccolte in volumi da collezionare e ben addobbate dall’immagine di copertina, ormai una certezza, sempre così sboccata ed elegante insieme…Di buon augurio, che l’amica mangi uomini o cerchi il principe che morda l’esca.

Per l’aminemico/a: Recensire. Istruzioni per l’uso, da Donzelli. Una storia, più che un manuale, una raccolta di esempi, più che di consigli. Onofri è un antipatico che si ama, non ci sono presentazioni o altri possibili complimenti. Comunque uno di quei saggi necessari e propedeutici per chi fa sempre critiche. Fatto apposta per quelli che ti asciugano su ogni argomento, come se tutto sapessero, ma utile anche con gli antipatici generici. Se proprio gli scassa scatole vogliono giudicare, che imparino da un maestro come si fa.

Per l’amica che va a vivere da sola: The big penis book, Taschen, un efferato quanto realistico modo per trattare gli uomini come fanno gli uomini con le donne. Fissarli lì. Un libro volgare che arreda moltissimo e che non sfugge mai, mai, mai all’attenzione e che attira sempre ogni ospite. Per il tavolino del salotto, un ironico, dissacratore, femminista nuovo centro del focolare.

Per nipotini semicriminaloidi, minorenni borderline di colleghe antipatiche e nanetti malefici in generale: Due possibilità. Il piccolo Principe, che si spera deprima abbastanza da farlo diventare uno spendaccione da centro commerciale ogni sabato pomeriggio, così da evitare di incontrarlo nelle librerie più a la page ed essere costretti a sorbirsi ettolitri di domande sul perché non hanno libri che somiglino alle cose che passano in tv. Oppure: all’Ikea vendono sta raccoltina di libricini insulsi su com’è bello viaggiare. Non so né il nome né altro. So però che finché sono sotto il metro non è dato loro sapere come si sta al mondo, ma se alla loro età ancora credono che un paio di Merrel nuove siano vasi fatti apposta per piantine marce, una buona idea è che imparino subito a viaggiare (leggi: a togliersi dai piedi). Lasciarlo nel sacchetto Ikea per far capire che si è speso poco e sul biglietto scrivere: con l’augurio di viaggiare in posti lontani. E aggiungere con inchiostro simpatico (tanto quelli giocano coi Gormiti, che ne sanno dei veri trucchi): nella speranza che tu ci rimanga.

Per i bambini come Dio comanda: I libri per bambini sono piuttosto difficili da scegliere, perché si rischia di far leggere ai pargoli libri che non stimolano affatto quello per l’infanzia è forse il più dicotomico degli ambienti della letteratura, si passa senza alcuna sfumatura da polpettoni rincitrullenti a finezze artigianali che affascinano anche gli adulti. Edizioni illustrate che riscoprono ricordi, interessi, e l’attenzione non riesce a scemare. Un buon consiglio è infilarsi in librerie specializzate, affidarsi a librai che abbiano una certa profonda conoscenza che vada al di là di maghetti, streghetti e topi (topi?) investigatori. Insomma, non lasciatevi sedurre da multinazionali che creano cartoni di cartone, come dice un’ottima libraia in via Canneto. Si può andare senza dubbi sulla Fatatrac, che peraltro offre un pacco natalizio davvero imperdibile, frugate, cercate, sbirciate! Se volete proprio un consiglio chirurgico, tra le ultime novità io mi sono innamorato di Ottoline e la gatta gialla, Chris Riddel, per Il Castoro, un mistery vero e raffinato, intelligente, cani che spariscono, bambine che non si danno pace, e poi, come facevo a non comprare un libro dove si parla di una gatta gialla? La vera fantasia.




Happy Christmas!
e felice anno nuovo,
Andrea B.